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Al diavolo la logica
L
'incipit
 

«Miss Pearl, vostro padre vi desidera.»

Grace sussultò sentendo all'improvviso la voce della domestica, ma riuscì a sorriderle.

«È nel suo studio?»

«No, nel salotto verde. Ha un ospite.»

Un ospite?Un dubbio spiacevole le si materializzò nella mente.

«Va bene, grazie, vado subito.» Si alzò dalla poltrona dove stava leggendo un appassionante romanzo di nuova pubblicazione di una tale Jane Austen, e si sistemò il semplice abito di lana blu, caldo e comodo per trascorrere i pomeriggi in casa.
«Sono in ordine?» chiese alla domestica.
«I capelli... Posso sistemarli?»

«Certo, mi fate un piacere. Sono un disastro con i capelli. Penso che me li taglierò.»

«Che dite? Sarebbe un delitto! Non ho mai visto una chioma più bella della vostra. Rossa come il fuoco, brillante come le stelle,» disse la domestica cominciando a sistemare le ciocche ribelli.

«Mary, siete un'adulatrice. Sono un continuo problema, per me. In ogni caso, ora sarà meglio che vada, mio padre odia aspettare. Grazie per il vostro prezioso aiuto,» rispose sorridendo a Mary, apprestandosi a incontrare suo padre, nonché conte di Furton. Alzò gli occhi al cielo, pensando a che diavolo volesse da lei, proprio durante la passeggiata di Lizzy e Mister Darcy, per giunta. Sospirando entrò nel salotto. E lì lo vide. Il soffitto le cade addosso pensando all'unica ragione che poteva spingere il barone di Orwell fino a casa loro.

Mentre i due gentiluomini si alzavano dalle rispettive poltrone per accoglierla, lei si avvicinò e fece un inchino, come se l'aspettasse il patibolo.
«Padre, barone,» riuscì a dire rialzandosi.
«Eccoti finalmente. Accomodati» le disse il padre con un sorriso esagerato che la preparò a una notizia orribile.
Sforzandosi di sorride a sua volta, si sistemò su una poltrona, non certo sul divano: non voleva che nessuno dei due uomini si sedesse accanto a lei. E attese il colpo, che già immaginava.
«Dunque, figlia mia, il Barone di Orwell vorrebbe parlarti.»

Figlia mia?
Sorrise a entrambi e si orientò verso Orwell, come dire: allora?

Orwell aveva passato da tempo la trentina e gli abiti all'ultima moda che indossava mettevano ben in mostra un corpo diventato prematuramente flaccido. Quel gilet rosso, poi...

Guardò con terrore il padre alzarsi e dirigersi verso la porta che portava alla biblioteca e si sentì smarrita quando rimase sola con l'uomo che, ci avrebbe scommesso, l'avrebbe tra poco chiesta in sposa.
Santissimo Dio! Era in trappola. Sarebbe riuscita a dirgli di no?
Orwell le si avvicinò, inesorabile nelle sue intenzioni. Grace si sentiva stupida, ma continuava a sorridergli. Poco meno di un invito a nozze.
«Sono emozionato, Miss Pearl. La prego di perdonare la mia goffaggine.»

Grace cercò di rispondere, ma non riuscì che a deglutire. Era davvero goffo.

L'uomo le si avvicinò trascinando un pouf sino alla poltrona.
«Il fatto è, Miss Pearl, che vi ammiro, e non solo per la vostra bellezza.»

Grace pensò alle parole di Mister Darcy.
«Vi ringrazio per la vostra generosa considerazione, signore.»

«È già da tempo che ci penso, ma non osavo avvicinarmi a voi. Siete sempre circondata da cavalieri alle serate.»

Davvero? E chi se n' è mai accorta?

«Barone, volete forse chiedere la mia mano?»

L'uomo rimase pietrificato davanti a una tale inattesa domanda e incominciò a balbettare. «Ecco, insomma, io vorrei...»

«Allora, parlate o no, barone Orwell?» gli chiese in modo decisamente aggressivo che, sperava, gli avrebbe fatto cambiare idea.

«Esattamente. Vorrei la vostra mano. Vostro padre si è già dichiarato favorevole.»

«Allora sposate lui.»

«Come, prego?»



 


 

 

 

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